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5.1 I Cirenaici

 

    Col nome collettivo di Cirenaici si indicano gli aderenti a una scuola di pensiero che pone il piacere come fine primario dall’esistenza e che ha in Aristippo di Cirene (435 circa–366 a.C.) il suo fondatore. Scuola non omogenea, che si articolerà al suo interno in varie sfumature etiche e che si manterrà vitale per almeno due secoli, prima di venire messa in ombra dall’epicureismo, che per molti versi ne è un suo superamento, soprattutto in termini di completezza teorica e profondità. Epicuro, infatti, doterà la sua dottrina edonistica di un fondamento ontologico e gnoseologico che nei Cirenaici è quasi totalmente assente. Il pensiero cirenaico si sviluppa infatti quasi esclusivamente sul piano di un’etica del tutto pragmatica e lontana da principi teorici informatori.  Sulla filosofia cirenaica nella sua generalità esistono giudizi abbastanza concordi nel mettere in rilievo alcuni suoi aspetti fondamentali, che potrebbero essere così sintetizzati: a) un sensismo assoluto sul piano etico, b) un fenomenismo riduzionistico sul piano ontologico, 3) l’abbandono di ogni indagine sul cosmo e sulla natura, divenendo l’oggetto del filosofare l’uomo, la sua fisiologia, le sue emozioni, i suoi desideri e il modo di soddisfarli, 4) un certo disprezzo per le scienze matematiche. Ciò non significa affatto che la filosofia cirenaica sia rozza come gli apologeti cristiani [1] hanno voluto mostrarla, né che all’interno di questo orizzonte etico-edonistico manchino articolazioni dove l’intendimento conoscitivo ed il processo logico diano luogo a sviluppi interessanti. Seneca vede in essa un rientro di aspetti gnoseologici soltanto apparentemente espunti (Lettere a Lucilio, XIV, 1, 12):

 

    I Cirenaici tolsero via le indagini naturalistiche e quelle logiche e si limitarono a quelle morali, ma poi in altro modo reintroducono ciò che pure avevano rimosso. Infatti essi dividono in cinque parti le indagini morali: di modo che una riguarda ciò che è da fuggire e ciò che è da ricercare, un’altra le affezioni, la terza le azioni, la quarta le cause, la quinta gli argomenti. Le cause dlell cose tnono quini il posto dlle indagini naturali, gli argomenti di quelle logiche, e le altre di quelle morali. [2]

 

E Sesto Empirico (Contro i matematici, VII, 190):

 

[…[ Dicono dunque i Cirenaici che criteri di verità sono le affezioni, che esse sole sono comprensibili e che non sono fallaci; ma di ciò che produce le affezioni nulla è comprensibile ed esente da errori; […] [3]

 

Diogene Laerzio si occupa principalmente di Aristipppo e della sua vita ricca di aneddoti ma ci offre anche alcune interessanti valutazioni sui Cirenaici in generale, anche se accentua un po’ troppo la fisicità del loro edonismo, quando afferma (II, 86-87):

 

[…] ammettono due stati d’animo, il piacere come movimento calmo, il dolore come movimento aspro. Il piacere non differisce dal piacere né v’è un piacere più dolce di un altro; tutti gli esseri animali apirano al piacere, rifuggono dal dolore. Tuttavia il piacere è quello fisico, che è anche fine supremo, […] Il piacere particolare è per se stesso desiderabile; la felicità non per se stessa, ma per i piaceri particolari […] La rimozione del dolore, che è difesa da Epicuro, sembra a loro che non sia piacere, e neppure l’assenza di piacere è dolore. Piacere e dolore sono in movimento, poiché né l’assenza di dolore né l’assenza di piacere è movimento, ché anzi l’assenza di dolore è quasi come lo stato del dormiente. […] I piaceri fisici sono molto preferibili ai piaceri dell’anima e le pene fisiche sono peggiori delle pene spirituali. […] È sufficiente che noi godiamo di ogni singolo piacere che ci capiti. […] La ricchezza produce il piacere, ma non è per se stessa desiderabile. Affermavano che le passioni sono intelleggibili, non le cause da cui derivano. Non si dedicavano allo studio della natura per la sua manifesta inintelligibilità, ma coltivavano la logica per la sua utilità. […] Nulla è giusto o onesto per natura, bensì per convenzione e abitudine. [4]

 

    Aristippo di Cirene fu allievo di Socrate, ma se questi ammetteva la ricerca del piacere è difficile cogliere i segni dell’etica socratica laddove venga teorizzato che il piacere va “sempre” perseguito a prescindere da qualsiasi remora di carattere morale. Un edonismo così radicale (e per alcuni versi negatore della “misura” greca) non doveva rendere la vita facile al cirenaico, il quale, tuttavia, non era indigente, poiché godeva di un’estrazione sociale facoltosa e risulta anche che non disdegnasse di farsi pagare dagli allievi. Se pure ha scritto qualcosa esso è andato perduto e la sua figura può quindi essere costruita soltanto attraverso le testimonianze (spesso malevole) che lo riguardano. Sulle quali, copiossissime, non ci soffermeremo più di tanto, in considerazione del taglio del presente saggio. Aristippo emerge da esse come una specie di dandy dell’epoca, coraggioso, indipendente e dotato di quel “bello spirito” (una sorta di wit) che alimentava per un verso il biasimo e per altro verso l’ammirazione dei suoi contemporanei.

    Dice di lui Diogene Laerzio (II, 66):

 

[…] Si adattava con disinvoltura a luogo, a tempo, a persona e recitava il suo ruolo convenientemente in ogni circostanza. Perciò più degli altri godeva del favor di Dioniso, poiché riusciva sempre a rendere accettabile ogni situazione. Godeva il piacere dei beni presenti, ma rinunziava ad affaticarsi per il godimento di beni non presenti. Fu per queto che Dioniso lo chiamava cane (o cinico) regale. [5]

 

    Sarebbe tuttavia un grave errore dar credito all’aneddottica e lasciarsi sfuggire alcuni importanti aspetti dell’etica aristippea che individueremo in a) l’enunciazione di un individualismo estremo e di un’autosufficienza non lontana da quella cinica, b) la svalutazione di ogni convenzione sociale e di ogni rispetto per la tradizione, c) la distinzione di piacere e sofferenza sulla base del “movimento” psico-nervoso che essi implicano, c) il privilegiamento del piacere immediato e dinamico rispetto a quello differito e statico, d) una visione della vita che la considera un processo discontinuo costituito da “istanti”, ognuno dei quali va vissuto in quanto tale, ed e) il riconoscimento di realtà soltanto ai fenomeni e ai sensi che li rilevano (in quanto mezzi di accesso alla realtà e alla conoscenza di essa).  Aspetti etici diversi e che tuttavia, sul piano dei comportamenti, trovano una loro sintesi laddove, ad esempio per a), il piacere va “gestito” senza diventarne succubi, poiché se esso è sempre per il bene ed è sempre da preferire e da perseguire in ogni frangente, nondiméno, qualora da posseduto diventi possessore, dev’essere sospeso,  poiché metterebbe in mora il principio di autosufficienza e autonomia.  Per quanto riguarda l’aspetto b) Aristippo non considera in alcun modo l’ethos della polis, rivendicando lo sganciamento da esso in nome di un nomadismo autosufficiente e svincolato da concetti di patria o di tradizione. Relativamente al “movimento” c) delle sensazioni: nel piacere esso ha carattere di levità (che provoca appunto godimento) mentre nella sofferenza esso è violento (nel sonno non vi è movimento e sono pertanto assenti sia il piacere che la sofferenza). Ma il piacere vero è piacere comunque dinamico (non quindi l’epicurea “assenza di dolore”) ed è il vero motore positivo dell’esperienza umana. Considerare la vita come una successione discontinua di istanti significa mettere in ombra il passato e il futuro, con un’etica del carpe diem che troverà seguaci tra numerosi intellettuali del mondo latino. Infine, relativamente ad e), il fenomenismo aristippeo è assoluto, in quanto sostiene che soltanto ciò che viene percepito è reale e tale riduzionismo sensistico e individualistico rivela in Aristippo indubbi riferimenti anche alla filosofia sofistica. 

    Va tuttavia notato che diversi studiosi tendono a spostare la teorizzazione dell’edonismo cirenaico da Aristippo (il “Vecchio”) a suo nipote Aristippo Metrodidatta (il “Giovane”) attraverso la figlia Aréte, che risulta essere stata donna colta e sensibile alla filosofia del padre. In altre parole, Aristippo-nonno si sarebbe limitato a dirigere i propri comportamenti in senso edonistico (ma ancora con qualche “misura”) e verso un certo aristocratico distacco ironico che privilegiava piuttosto gli elementi dell’autonomia” esistenziale e dell’autosufficienza [6]. Secondo questa interpretazione Aristippo si sarebbe tenuto abbastanza lontano dall’edonismo rozzo che in seguito venne spesso attribuito al suo cirenaismo. Egli sarebbe rimasto fondamentalmente un “socratico”, che avrebbe mantenuto nei confronti del piacere un certo distacco non privo di “riserve”, espresse nel ben noto aforisma “possedere il piacere ma non esserne posseduti”.

    I seguaci di Aristippo come è già stato detto non costituiranno mai una vera e propria scuola univoca, ma svilupperanno il suo edonismo in direzioni differenti, e ciò a conferma della scarsa teorizzazione della sua filosofia, essendosi limitato ad indicare una direzione etica relativamente interpretabile. A parte Aristippo Metrodidatta, di cui si è detto e al quale sarebbe da attribuire una certa radicalizzazione dell’edonismo, emergono come successori più tardi tre personaggi di notevole spessore filosofico, anche se non molto ben documentati, tutti e tre vissuti tra la seconda metà del IV e la prima metà del III sec.a.C. (quindi contemporanei o appena più giovani di Epicuro) che sono: Egesia, Annicéri (o Anniceride) e Teodoro detto “L’Ateo”.

 

    Egesia è un pensatore abbastanza sconcertante, in quanto, scavando nelle più profonde pieghe del piacere e del suo conseguimento, giunge alla conclusione che esso è irraggiungibile ed ha comunque, quando saltuariamente viene raggiunto, caratteri di relatività soggettiva. Da qui il ragionamento consequenziale per cui, se la realizzazione del piacere è lo scopo della vita e se tale scopo, per ragioni non contingenti ma strutturali al vivere stesso, risulta non realizzabile, la via più razionale di risolvere tale fallimento è quello dell’annullamento di ciò che si oppone alla realizzazione del piacere; ovvero, la vita stessa. Si tratta di un’analisi pessimistica che porta ad un deduzione paradossale, ma non per questo illogica, a riprova che la ragionevolezza non coincide sempre con la logica. L’errore di Eresia è di porre una sorta di principio dello “stato di piacere permanente”, laddove la ragione ci dice che ciò è impossibile, e che un’eudemonismo intelligente si realizza nel cercare di raggiungere il “massimo piacere possibile” in base alle condizioni date, restando lontani da un teorizzazione del “piacere costante”. L’alternanza dolore/piacere è ciò che fa sì che si apprezzi il secondo perché viene sospeso il primo e in ciò consiste l’edonismo epicureo, che in questo è estremamente pragmatico e razionale. Tale radicalismo edonistico, una sorta di pulsione autodistruttiva dell’edonismo stesso, farà guadagnare ad Egesia il soprannome di Peisithanatos (Persuasore di morte), a cui seguì l’interdimento dell’insegnamento ad Alessandria per ordine di Tolomeo I Soter. E tuttavia anche Eresia promuove quell’atteggiamento di superiore e distaccata indifferenze che era già stato di Aristippo. Nota Diogene Laerzio a proposito dei suoi seguaci (II, 93):

 

    È assolutamente impossibile conseguire la felicità, perché il corpo è affetto da molte sofferenze, l’anima soffre insieme col corpo e ne è sconvolta, e la sorte impedisce che si realizzino molte speranze. Ne consegue che la felicità non esiste. La vita e la morte sono volta a volta desiderabili. […] Pe lo stolto vivere è utile, per il saggio è indifferente. […] Il sapiente non tanto nella scelta dei bene, quanto nella fuga dei mali sopravanzerà gli altri, perché il suo fine è di non vivere tra pene e dolori: e questo fine conseguono quelli che non fanno alcuna distinzione tra le cause produttrici di piacere. [7]

 

 

    Annicéri (o Anniceride) è un pensatore che cerca di attenuare la spregiudicatezza aristippea e il suo radicalismo nel porre l’autosufficienza (la totale autonomia e indipendenza dagli altri) come fine del saggio. Annicéri capisce che l’uomo, in quanto animale sociale, ha bisogno degli altri e che soltanto nel rapporto con gli altri diventa possibile una ricerca della felicità. Ma per fare questo si deve attenuare l’autosufficienza e l’individualismo, per aprirsi all’altro-da-sé; solo “con l’altro” è conseguibile il massimo piacere possibile, mentre escludere l’altro significa precludersi buona parte delle possibilità di conseguirlo. Da qui la rivalutazione di tutti quei fattori del vivere sociale che Aristippo aveva messo in mora ed in primis l’amicizia; e questa si istituisce e si consegue attraverso una ricerca del rapporto simpatetico col nostro prossimo. Ma per poter costituire legami di amicizia occorre anche liberarsi da un eccesso di individualismo e tentare di comprendere il desiderio dell’altro per contemperarlo col proprio e “insieme” tendere al piacere comune. Insieme all’amicizia Annicéri invita l’edonista a coltivare anche i sentimenti della gratitudine e dell’affetività parentale, nonché persino (contrapponendosi in ciò nettamente al messaggio del cosmopolita Aristippo) l’amore per la patria. Sentiamo in proposito ancora Diogene Laerzio (II, 96-97):

 

[…] esistono nella vita reale l’amicizia e la gratitudine e l’onore dei genitori e che talvolta bisogna agire per amore di patria. […] La ragione non è sufficiente al fine di avere fiducia in noi stessi e di essere superiori all’opinione del volgo, ma dobbiamo educare il nostro carattere e vincere l’innata cattiva disposizione che è cresciuta insieme con noi. Non bisogna farsi l’amico solo per motivi di interesse (altrimenti, venuti meno questi motivi, bisogna allontanarsene), ma anche per un sentimento di benevolenza, per cui siamo disposti ad affrontare anche disagi. Ed infatti pur avendo come fine il piacere e pur affliggendoci se ne siamo privati, dobbiamo tuttavia sopportare volentieri per amore dell’amico. [8]

 

Non sappiamo se questo edificante programma corrisponda realmente alla dottrina etica proposta da Annicéri, ma si tratta comunque di un chiaro segno del fatto che il cirenaismo, evolvendosi, ha finito per recare in sé anche i segni della propria negazione, avendo tra le sue linee evolutive anche la tendenza verso un piacere sempre più complesso, che finiva per coincidere con un eudemonismo partecipativo assai distante dalle premesse poste da Aristippo un secolo prima. E tuttavia, per l’argomento del nostro studio, è importante rilevare che il recupero di aspetti dell’etica tradizionale non è stato accompagnato da quelli concernenti la religione e che quindi il cirenaismo contiene elementi abbastanza spiccati di ateismo.

 

   Teodoro l’Ateo completa la triade dei successori di Aristippo ed è forse quello il cui pensiero presenta aspetti che travalicano il campo dell’etica per assumere alcuni elementi più specificamente teoretici. Diogene Laerzio nell’occuparsi di lui sottolinea subito l’elemento emergente:

 

Teodoro eliminò radicalmente le comuni credenze negli dèi e ci è occorso di leggere un suo libro Degli dèi punto spregevole. […] Non ammetteva l’amicizia, perché essa non c’è né tra gli stolti né tra i sapienti: per gli uni eliminato il bisogno, svanisce anche l’amicizia; i sapienti bastano a se stessi e non hanno bisogno di amici. Sosteneva anche che è ragionevole che l’uomo buono non esponga al pericolo la propria vita per la patria, perché non deve rigettare la propria saggezza per l’utilità degli stolti. Nostra patria è il mondo. [9]

 

Teodoro si riallaccia così per un verso ad Aristippo il Vecchio e al suo programma provocatorio, ma nello stesso tempo sembra proporre una maggior razionalizzazione dell’atteggiamento etico, sì da scostarsi dalla filosofia puramente sensistica teorizzata da lui (o da suo nipote Aristippo Metrodidatta). È la ricca aneddotica che lo riguarda a renderci l’immagine di un uomo riflessivo, che privilegia l’autosufficienza e la ricerca di un piacere complesso, costituito da elementi sia sensibili che intellettuali. L’aristippeo perseguimento del piacere “per istanti” sembra non interessare più a Teodoro, che nella migliore tradizione greca ritiene che “il giusto mezzo” sia l’unico che possa garantire continuità e persistenza al piacere, permettendogli di istituire una condizione di “gioia” che non ha più a che fare col godimento istantaneo e fuggevole. Le sensazioni fugaci non lasciano traccia e non servono per il conseguimento di un piacere vero, che diventa invece possibile soltanto con una razionale analisi del vivere e delle sue possibilità esistenziali, in base ad un “calcolo” dell’opportunità. Per Teodoro il raggiungimento del piacere possibile presuppone anche una certa relativizzazione del male fisico inevitabile in rapporto al bene fisico possibile; entrambi vanno quindi tendenzialmente considerati realtà (per quanto possibile) “indifferenti” rispetto alle finalità che si pone il saggio. Ne consegue che la tematizzazione bene/male diventa controproducente ed il primo può tanto più emergere quanto meno se ne fa oggetto di desiderio da contrapporre al secondo. Questa sorta di “indifferentismo” edonistico proietta la filosofia teodorea in un ambito che va oltre i limiti del cirenaismo e per un verso lo riallaccia a Democrito (che perseguiva l’eutimìa) e per altro lo rende tangente (ancor più di Annicèri) all’epicureismo, che persegue l’aponìa e l’atarassia. Ma Teodoro riprende anche alcuni atteggiamenti comportamentali di Aristippo che risultano da lui coniugati con quelli di un “antiedonista” come Diogene di Sinope, realizzando quindi sul piano del comportamento interumano una fusione di aristipppismo e di cinismo. Egli riprende infatti la parresìa (spregiudicatezza di eloquio) di Diogene fino ai limiti di quell’anaidéia (impudenza arrogante) che aveva fatto di Diogene la figura dell’”anti-sociale” provocatorio e impudente per antonomasia, che non teme di rendersi antipatico, ma ne fa anzi una bandiera della propria libertà. Questo atteggiamento lo oppone nettamente al suo contemporaneo Annicèri (che abbiamo visto teorizzare invece la simpatia) e lo conduce ad essere un dissacratore dei sentimenti in generale e della ricerca del consenso tramite amicizia e benevolenza.  

    In questo coacervo di atteggiamenti, dove la misura nella ricerca del piacere si coniuga con la dismisura di una ricerca di aristocratica “libertà dagli altri” che va ben oltre Aristippo, si coglie tuttavia un’elaborazione conseguente ad una riflessività razionale che porta Teodoro di Cirene a creare un sistema etico non particolarmente innovativo, ma indubbiamente coerente, aldilà della sua articolazione piuttosto ampia. Questo razionalismo pragmatico non poteva che condurlo ad occuparsi anche della credenza negli dèi, in quanto essa è elemento dirimente per la gestione del vivere quotidiano, delle aspettative escatologiche e del raggiungimento della possibile gioia di vivere, in ragione del “legame” che la credenza, in quanto tale, determina. Infatti, chi crede in un essere superiore in qualche modo sempre ne dipende e la sua libertà di realizzarsi risulta così compromessa in partenza. Il risultato a cui perviene la riflessione teodorea è la recisa negazione dell’esistenza della divinità (è purtroppo perduto il suo scritto Sugli dèi), andando in ciò ben oltre Epicuro, che spedirà gli dèi nei lontani intermondi, ma non ne negherà, almeno ufficialmente, che esistano.  Secondo alcuni Evemero sarebbe partito proprio dalle riflessioni teodoree per trasformare gli dèi della mitologia greca in personaggi mitici divinizzati dalla credulità popolare e ciò farà sì che la sua tesi diverrà utilissimo strumento nelle mani dei teologi cristiani per contrappore la “verità” del dio della Bibbia alla “falsità” degli dèi pagani.  

 

 



[1] Numerosi sono i giudizi da parte di Eusebio di Cesarea (Praeparatio evangelica XIV) e di Lattanzio (De ira dei, Divinae institutiones, Inst. Epitome) .

[2] Gabriele Giannantoni  I Cirenaici – Sansoni  1958, p.310.

[3] Ivi, p.342.

[4] Diogene Laerzio  Vite dei filosofi – Laterza 1983 – vol.I, p.78-79 passim.

[5] Ivi, p.71.

[6] Così si esprime Francesco Adorno sul cirenaico (La filosofia antica, vol.I, Feltrinelli 1961, p.171): «Distacco, dominio, piacere come misura, urbanità e calma nella discussione, comprensione umana, “rimanendo dappertutto uno straniero”, raffinamento della cultura e dell’intelligenza sembrano, dunque, i tratti salienti del socratismo di Aristippo, amico di tutti e di nessuno, che poteva stare con tutti e con nessuno, che amava le ricchezze ma poteva farne a meno, come risulta dai molti aneddoti sulla sua vita, narratici fin dalle fonti più antiche.»

[7] Diogene Laerzio  Vite dei filosofi – Laterza 1983 – vol.I, p.80.

[8] Ivi, p.80-81.

[9] Diogene Laerzio  Vite dei filosofi – Laterza 1983 – vol.I, p.81.